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In questa sezione possono essere lette le interviste realizzate dall'Agenzia di comunicazione sociale sul carcere "Equal Pegaso".


  Intervista a Nello Cesari, Provveditore dell'Amministrazione Penitenziaria della Regione Emilia Romagna
(Bologna, ottobre 2007)

 

Dott. Cesari, sul sito Equalpegaso è on-line uno spazio web dedicato alle attività svolte dal Provveditorato dell’Amministrazione Penitenziaria dell’Emilia-Romagna. Si tratta di un importante segnale di apertura verso l’esterno dell’amministrazione penitenziaria emiliano romagnola.

Certamente, anche se l’apertura di questo spazio si inserisce in una lunga tradizione: quella del cosiddetto carcere “campana di vetro” ovvero del carcere inserito nel resto della società. Proprio in tal senso si è voluto aprire questo spazio che vuole essere, non solo,  uno strumento di apertura ma anche di lavoro. È molto importante l’accesso alle notizie relative al carcere: perciò ho voluto che all’interno della sezione venissero riportate in primo luogo le funzioni e gli orari dei singoli istituti, in modo che l’utenza possa avere una possibilità di accesso agli stessi documentata e, pertanto, efficace. Quindi questa sezione è prima di tutto un servizio al cittadino, ma, come diceva anche lei, si inserisce in un processo “generale” di apertura alla società.

Qual’è la sua valutazione di questa collaborazione?

Molto positiva anche perché Equal Pegaso è un progetto integrato che attiva la collaborazione tra più soggetti, che vanno dagli enti locali ad enti istituzionali e non. Pegaso rappresenta in tal senso un modo di concertazione della cosa pubblica, in questo caso dell’esecuzione penale e del reinserimento dei detenuti, estremamente significativo, che va nella direzione giusta se come è vero, i detenuti non sono “soggetti strani”, ma figli di questa società. È un bene quindi che le Istituzioni si attivino in un’azione sinergica nei loro confronti. È la strada maestra che noi dovremmo sempre seguire: quella dell’integrazione culturale e della sinergia inter-istituzionale.

Questa nuova sezione dimostra un interesse verso l’aspetto “relazionale”? Ossia tende a rafforzare l’idea che ci sia, da parte vostra, una rinnovata attenzione alle politiche penali sotto  l’aspetto del reinserimento socio-lavorativo e della formazione?

Certamente. Abbiamo un mandato istituzionale, anzi, vorrei essere più concreto: abbiamo un mandato direttamente dalla Costituzione. Quindi ogni operatore, penitenziario e non, che si accosta a questa materia sa che si muove in un ambito costituzionale molto chiaro, nitido e delimitato, per cui non c’è possibilità di fraintendimento: anche il peggiore dei criminali, per noi, è un soggetto da recuperare, da rieducare e da reinserire nel tessuto sociale. Quindi l’apertura di questa nuova sezione è un fatto estremamente positivo, che si muove in quest’ottica, ma per il resto non parlerei di nessun merito se non quello di adempiere ad un proprio ufficio che ci da quest’obbligo specifico. Occorre sottolineare questo aspetto in quanto, qualche volta, in un discorso perbenistico lo si giudica come una specie di debolezza nei confronti di chi delinque dovuta ad una sorta di ipercomprensivismo della posizione dei detenuti: no, non è una scelta soggettiva, è il mandato istituzionale che ci obbliga a dare questo tipo di risposte.

Si è fatto spesso riferimento, anche, e soprattutto, all’interno delle istituzioni, al “pianeta carcere” come ad un universo separato, espressione che denota un autorefenzialità del sistema penale. Spesso emerge la difficoltà di cogliere il “bisogno” della popolazione detenuta. Aprire uno spazio web può essere letto come il tentativo di un’apertura del Prap al dialogo e alla collaborazione con chi interviene nell’esecuzione penale e, una volta espiata la pena, nel reinserimento?

Intanto non si tratta di un' apertura ma della continuazione di un' apertura precedentemente avviata. Non è che prima come pianeta carcere eravamo chiusi ed ora siamo aperti. Non è vero, anzi, è accertato che noi continuiamo su questa strada utilizzando i mezzi delle nuove tecnologie nello specifico il web che è un portale aperto alla società civile, a tutti coloro che vogliono navigare e che utilizzano i mezzi moderni. Però se dovessimo dire che il pianeta carcere era chiuso ed ora si apre, sarebbe errato: questo è solo un ultimo passo di un lungo percorso già avviato dall’85.

In questa regione l’amministrazione penitenziaria si è aperta alla società civile, come dimostra il “protocollo d’intesa” con gli enti locali siglato nell’87, poi rinnovato nel ’98, nel quale vengono previsti ambedue i comitati dell’esecuzione penale, la Commssione regionale e i Comitati locali per l'esecuzione penale adulti. I comitati costituiscono degli strumenti già fin da allora introdotti attraverso il principio della sussidiarietà, senza che il Legislatore si muovesse con una norma regolamentare. Noi ci siamo attivati, in assenza di una norma specifica, forti di un’integrazione interistituzionale e di un obiettivo comune. Inoltre, da sempre lavoriamo per predisporre degli strumenti tecnico-operativi che possano monitorare, spingere, propugnare questo rapporto. In quest’ottica si coglie la reale dimensione: oggi, in una società in cui tutto si evolve a ritmi frenetici, la tecnologia web ci permette di utilizzare nuovi spazi e di raggiungere un numero maggiore di soggetti.

Secondo lei, quali saranno gli utenti privilegiati di questa sezione?

Tutti. Non vorrei escludere nessuno. Utenti saranno tutti coloro che cominceranno ad accedervi, ivi compresi i parenti dei detenuti. Molto spesso ricevevo, quando ero il direttore di un istituto di pena, le richieste più disparate rivelatrici tutte di un mondo che per troppi anni è rimasto estraneo, non solo alla società civile ma anche ai soggetti. Immagino una madre che deve andare a trovare un figlio in carcere e non sa né come né dove né quando può farlo: il portale va dunque in questa direzione con l’intento di favorire la relazione tra l’amministrazione e il mondo esterno. E poi, certamente, va anche incontro alle esigenze della società civile, del mondo imprenditoriale e del volontariato, che in questo portale mi auguro possano trovare anche uno spazio per potersi inserire e, perché no, portare avanti delle idee o, addirittura, mettersi a disposizione per lavorare in questo settore.

Il problema del diritto alla salute all’interno degli Istituti di pena è stato oggetto di un recente accordo di collaborazione tra il PRAP e l’assessorato regionale alla salute nel quale vi siete impegnati a trasferire funzioni della medicina specialistica, relative alla psichiatria, all’infettologia e alla ginecologia, dall’amministrazione penitenziaria alle Aziende Sanitarie Locali. Ritiene che questo passaggio di competenze possa contribuire con efficacia alla tutela del diritto alla salute della popolazione detenuta?

Questo passaggio porta, anche formalmente, il detenuto allo stesso livello di un qualsiasi cittadino. Però con ciò non vorrei sostenere che con questo passaggio di competenze si acquista il diritto all’assistenza: questa, infatti, veniva fornita anche prima secondo le esigenze della popolazione detenuta. È evidente come sia molto cambiata la natura degli interventi realizzati dagli enti locali: prima è stato necessario eliminare le cosiddette mutue, e solo dopo si è raggiunta la parificazione tra l’assistenza sanitaria penitenziaria e quella ordinaria equiparando dunque i detenuti a tutti i cittadini, come previsto dal principio costituzionale. Il carcere non è un’isola diversa, dove c’è un’assistenza diversa: è la medesima riservata a tutti i cittadini. Oggi possiamo dire che, con questo passaggio, nel territorio regionale si fa un passo avanti in questa direzione: ma la nostra non è la prima regione, già altri enti locali si erano mossi in quest’ottica. Ma il significato che mi preme sottolineare è di ordine politico e istituzionale: cioè il detenuto viene curato con tutte le possibilità previste dall’assistenza sanitaria ordinaria che ora, anche all’interno degli istituti di pena, viene assicurata dagli stessi organi, dalle stesse strutture e dai medesimi operatori. Speriamo che conduca a risultati soddisfacenti perché non è detto che tutti i cambiamenti siano sempre positivi anche se, personalmente, sono fiducioso e mi auguro che vada bene.

In carcere è in continua crescita  il numero dei tossicodipendenti. Molti di questi sono extracomunitari e, in quanto tali, per quanto stabilito dal Testo unico sull’immigrazione, sono impossibilitati ad accedere al programma terapeutico che di norma viene realizzato in carcere dall’equipe del Sert. Quali strade sono percorribili per dare una risposta a problemi come questo?

Intanto non è vero che i tossicodipendenti non siano seguiti. Il problema serio non è tanto quello di seguirli in carcere, quanto quello di realizzare un programma terapeutico efficace in grado di aprirsi, nell’orizzonte temporale, anche in ambito extramurario. Purtroppo la norma prevede che questi soggetti, una volta scontata la pena, siano estradati e che debbano tornare al loro paese di origine. Gli orientamenti del Governo si infatti muovono in questa direzione in applicazione delle norme specifiche: non soltanto la Bossi-Fini, ma già le leggi precedenti prevedevano modalità simili. Gli indirizzi del Governo sono quelli di consentire, durante la detenzione, l’identificazione dei soggetti in ordine alla loro nazionalità di provenienza in previsione di un loro rimpatrio alla fine della pena. Questo caratterizza l’intervento come meramente assistenziale, di sostegno e di recupero all’interno della struttura; naturalmente con i limiti imposti dai numeri: se all’interno dello stesso istituto vi sono 250 detenuti tossicodipendenti non è possibile garantire lo stesso trattamento efficace per tutti.
L’intervento è diretto a tutti, ma sul fatto che possa arrivare a tutti, invece, esistono difficoltà oggettive dettate dal numero dei detenuti tossicodipendenti.
Ma il vero limite, ribadisco, è quello della continuità temporale dello stesso.

Constatiamo come, nonostante sia passato più di un anno dall’approvazione dell’indulto, ancora oggi è in atto da parte di numerosi esponenti politici e dei mass media, un processo di comunicazione denigratorio nei confronti di questo provvedimento clemenziale. Eppure il testo di legge era passato in Parlamento con una larga maggioranza e, soprattutto, i dati sugli effetti non possono essere considerati così disastrosi come appaiono da una rapida occhiata ai titoli di giornale. Che ne pensa?

Occorre prima chiarire molti aspetti: innanzitutto quanto queste prese di posizione siano strumentali e quanto reali. Bisognerebbe decodificarle, ma non è il mio compito: io mi limito ad applicare le norme. Non credo poi che l’indulto abbia avuto degli esiti così gravi, se, come è vero, nel nostro territorio abbiamo inserito in un progetto (I.N.D.U.L.T.O)  ben 106 ex-detenuti e detenuti in strutture pubbliche, private e nel mondo della cooperazione, alcuni dei quali hanno tramutato il loro rapporto temporaneo in un rapporto stabile. Questo non può che essere considerato un fatto estremamente positivo. Non mi risulta, ad esempio, che alcuna delle persone inserite sia tornata a delinquere nel senso che nessuno è rientrato in carcere. Anche se il discorso del ritorno in carcere è equivoco perché implica essere colti in flagrante mentre si commette un reato ma è possibile, anzi siamo praticamente sicuri, che nessuno delle persone inserite nel progetto si sia macchiato di crimini. Mi consta, di contro, che ci siano stati riscontri estremamente significativi e gratificanti, verso gli operatori e, soprattutto, molta riconoscenza verso l’Amministrazione.

Anche in questo caso abbiamo collaborato con altri soggetti istituzionali, riuscendo a conseguire il finanziamento, che è della Cassa Ammende. Il valore del progetto da noi presentato è dimostrato dal fatto che i finanziamenti a noi assegnati (179.000 euro) sono stati raddoppiati proprio perché questo è stato giudicato meritevole di essere finanziato nella sua integrità. Io stesso proposi al presidente della Cassa Ammende di non operare nessun frazionamento del finanziamento. Il progetto stesso, supportato da questo ufficio, è stato accolto positivamente anche dal Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria e successivamente presentato alla Cassa delle Ammende con una relazione estremamente positiva: questo ha consentito che ci raddoppiassero i finanziamenti.

Presso quali strutture sono stati inseriti i beneficiari del progetto di cui sopra?

Non è possibile tracciare un quadro omogeneo: diciamo che nel Nord, ovvero a Parma a Reggio Emilia e a Piacenza, molti hanno trovato spazio in una struttura pubblica; al centro e al sud, invece, si sono attivati maggiormente i canali con le realtà del no-profit e della cooperazione. Poi è stato il comitato, composto da operatori sociali del territorio e dell’amministrazione, ad identificare le risorse umane da utilizzare e le realtà imprenditoriali e non, disponibili a dare lavoro a questi soggetti.

A proposito dei progetti, ritiene che si possa parlare di interventi finalizzati alla soddisfazione di un bisogno oggettivo o che, invece, spesso gli effetti di queste azioni risolvano solo in parte esigenze reali e prioritarie per i beneficiari?

Di progetti ce ne sono veramente tanti. Diciamo che chi presenta un progetto viene stimolato dall’Amministrazione, dal mio ufficio e dagli altri operatori. Poi certo, quando si procede tramite selezione, essendo le risorse fortemente limitate, bisogna operare con una certa oculatezza. Noi abbiamo sempre cercato di privilegiare progetti che possano dare uno sbocco occupazionale, anche per quanto riguarda quelli formativi abbiamo sempre privilegiato quelli che possono condurre ad un inserimento. Questo è l’orientamento che ci siamo dati perché riteniamo che sia quello più conforme all’esigenza dei soggetti interessati.

In questo senso si può affermare che le politiche di intervento vengano attuate sulla base di una valutazione condivisa di quello che sono le reali esigenze o che questo, ad oggi, è soltanto un’ obiettivo verso cui tendere?

No, questo è un obiettivo condiviso. In caso contrario i progetti non si concretizzano. Nei comitati locali per l’esecuzione penale gli obiettivi vanno condivisi perché in caso contrario può diventare problematico procedere. Non è una tendenza: piuttosto una condivisione di base. Anche perché, in fin dei conti, è più facile condividere questi obiettivi che non condividerli.

L’agenzia di Comunicazione nata nel progetto Equal Pegaso ha tra le sue finalità quella di favorire lo scambio di conoscenze tra tutti i livelli di attuazione e realizzazione delle policy, perché riteniamo che sia fondamentale tendere a una maggiore sinergia tra le parti coinvolte nel processo. Nella vostra attività avete previsto un monitoraggio di tutte le iniziative progettuali che investono la realtà degli istituti di pena?

Noi abbiamo già istituito, oltre al portale, anche un sito presso il Provveditorato dove dovremmo riportare un po’ tutti questi aspetti. Questo fa seguito al vecchio progetto dell’osservatorio interistituzionale che si muoveva nell’ottica di creare le possibilità di una ricognizione sul campo di quelle che sono le reali esigenze per poi predisporre gli interventi. Noi stiamo predisponendo quindi altri strumenti tecnici per permettere al mondo esterno di avere una visione d’insieme delle attività realizzate.

In relazione al vostro sito abbiamo provveduto a divulgarne la conoscenza a tutti gli organi dell’Amministrazione: le Direzioni, i Provveditorati, gli uffici di sorveglianza, i magistrati. Abbiamo informato tutti questi soggetti annunciando l’apertura di questo spazio e invitando a consultarlo. Stiamo inoltre preparando un approfondimento da inviare a “Pena e Territorio” l’organo ufficiale del Dipartimento che viene distribuito su tutto il territorio nazionale.

 

 

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Conclusione del Progetto Strade

(18 dicembre 2007)

Mercoledì 19 dicembre lle 11.30 l'Associazione Nuovamente presenta alla stampa gli strumenti prodotti dal progetto STRADE. Nel pomeriggio la presentazione nel carcere di Bologna.

I risultati di Equal Pegaso

(6 dicembre 2007)

Un nuovo spazio del sito dedicato ai risultati conseguiti dal progetto

Pegaso e Iniziative

(3-4-5-6 dicembre 2007)

Il Bilancio Sociale di Equal Pegaso un progetto europeo per l’accesso al lavoro e il reinserimento. Quattro giorni di confronti sui modelli di inclusione.