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In questa sezione possono essere lette le interviste realizzate dall'Agenzia di comunicazione sociale sul carcere "Equal Pegaso".


  Intervista a Desi Bruno, Garante dei diritti delle persone private della libertà del Comune di Bologna
(Bologna, ottobre 2006)

Dott.ssa Desi Bruno, Garante dei diritti delle persone private della libertà del Comune di Bologna, ormai è trascorso tempo sufficiente da quando il Comune ha istituito la sua figura. Qual è il suo primo bilancio?

Essendo quella del Garante una figura nuova, non sempre apprezzata, ho riscontrato una grande difficoltà ad affermare la presenza di un ufficio che deve riuscire ad essere imparziale, di controllo e di verifica. Nonostante questi ostacoli però, devo dire che il bilancio è assolutamente positivo; credo che quella seguita dal Comune di Bologna come da altri enti territoriali sia la strada giusta. Come dicevo, il Garante è una figura davvero nuova, direi anche dirompente da un punto di vista “ideologico”; infatti pur essendo conosciuta in altri paesi europei, non era mai stata sperimentata in Italia. Questa nuova figura del Garante dovrebbe riempire gli spazi tra l’amministrazione penitenziaria, i detenuti e gli enti locali, nel tentativo di migliorare attraverso una serie di azioni le condizioni di vita delle persone che devono scontare una pena.

Quali sono le relazioni che nel corso questi anni ha instaurato con le altre istituzioni cittadine?

Con le realtà cittadine, a livello istituzionale e non, i rapporti sono buoni. L’ufficio credo sia diventato punto di riferimento per il mondo del volontariato e per gli assessorati competenti. Anche con il consiglio comunale esiste un contatto, uno scambio costante. Ogni semestre presento una relazione sull’attività svolta anche per cercare di evidenziare i campi d’intervento: nel mio compito di promozione dei diritti rientra la segnalazione delle lacune affinché le amministrazioni competenti, sia quelle cittadine che quelle dell’amministrazione penitenziaria, possano intervenire.

Quali sono queste lacune?

Un esempio è quello dell’alfabetizzazione. Il carcere di Bologna ha oltre il cinquanta per cento di presenze di cittadini extracomunitari, l’insegnamento della lingua italiana è quindi un’esigenza primaria. Venuta meno la disponibilità dei cinque insegnanti che svolgevano i corsi di alfabetizzazione, ho svolto un’attività di pressione nei confronti del ministero dell’istruzione con l’ausilio degli assessorati competenti e le lezioni sono potute ricominciare.

Per quanto riguarda il rapporto con i detenuti quali considerazioni si sente di poter fare dopo più di due anni di incarico? I detenuti si identificano nel garante?

Sì, i detenuti fanno riferimento al Garante, a volte anche in maniera eccessiva, ma come in tutti i rapporti bisogna prendere reciprocamente le misure. Se i detenuti chiedono di avere un colloquio il Garante li può incontrare in carcere solo attraverso delle modalità concordate con la direzione. Essendo una figura non ancora del tutto istituzionalizzata e regolata legalmente, il Garante può accedere agli istituti di reclusione solo per mezzo di un’autorizzazione. Non solo i detenuti inviano delle richieste individualmente, ma pongono delle questioni comuni attraverso i loro rappresentanti di sezione. A mio avviso, questo è un risultato molto importante perché significa che i detenuti cominciano a discutere tra di loro, operano una rielaborazione collettiva della loro esperienza e dei loro problemi. Devo dire, invece, che non sempre la direzione apprezza queste iniziative.

Gli ostacoli a cui faceva riferimento prima, cioè il fatto che il suo ingresso in carcere è vincolato alla concessione di un permesso, verrebbero superati a suo avviso con un maggior riconoscimento a livello nazionale della figura dal Garante, anche alla luce del fatto che sono sempre più numerosi i Comuni che manifestano interesse a seguire la strada tracciata prima da Roma e Firenze e ora intrapresa da Bologna, Nuoro, dalla provincia di Milano e dalla regione Lazio?

Sicuramente sì. Adesso ha ripreso il cammino il progetto di legge sull’istituzione del Garante nazionale. Noi Garanti saremo convocati a breve dal sottosegretario Manconi per discutere delle nostre problematiche. Nel progetto di riforma dell’ordinamento penitenziario di Margara è previsto il diritto di visita senza autorizzazione: questo è molto importante perché comporta l’opportunità di instaurare un rapporto paritario con la direzione della Casa Circondariale, la possibilità di intervenire in qualunque momento si verifichino delle situazioni in cui i detenuti lamentino un’alienazione dei loro diritti. È un passaggio fondamentale dopo la fase di sperimentazione che i Garanti territoriali stanno vivendo.

Il disegno di legge relativo all’istituzione di un Garante nazionale o di un’autorità nazionale competente in materia, già in progetto nella presente legislatura, è stato modificato e, in data 26 settembre 2006, adottato dalla Commissione Affari Costituzionali della Camera. Ritiene che questa volta, visto anche l’impegno dell’Unione a riguardo, possa essere istituzionalizzato?

Ci sono le condizioni, anche se questo progetto non prevede ancora la regolamentazione dei Garanti territoriali, cioè riguarda solo l’istituzione del Garante nazionale, che comunque è già un risultato importante. Questo è uno dei motivi dell’incontro con il sottosegretario Manconi di cui ho parlato prima: le modalità di una normativa per la figura dei Garanti territoriali saranno uno degli oggetti di discussione.

Invece all’opposto sappiamo che è in via di definizione un disegno di legge regionale relativo al Garante. Cosa può dirci a riguardo?

C’è stata la presentazione di un progetto di legge da parte di un consigliere regionale. L’iter è partito anche in altre Regioni, in Piemonte, in Campania e in Puglia. Non sta procedendo con grande velocità perché purtroppo c’è un problema di risorse di partenza. La volontà di andare avanti da parte della Regione c’è, si tratta di strutturare il progetto tenendo conto anche delle difficoltà economiche degli enti territoriali.

Perché fino ad oggi secondo lei ci sono state delle resistenze della classe politica ad attribuire maggiori poteri al Garante?

Credo che alla base ci sia un problema culturale e ideologico. Ad esempio in Italia manca l’esperienza, che esiste da molto tempo in altri paesi, della figura del difensore civico. Questo spiega anche perché si è affrontato il percorso inverso a quello di altri paesi europei, cioè si è partiti dalle realtà territoriali. Esiste poi la problematica del carcere ancora inteso come istituzione totale, che resiste nell’accettare la figura del Garante, che come dicevamo all’inizio, ha un effetto dirompente perché rappresenta un occhio esterno che osserva la realtà del carcere. Ma non si deve dimenticare che questo poter “guardare” è un modo per rendere trasparente il mondo del carcere, per tentare di rappresentare all’esterno la realtà dell’istituzione totale: deve essere considerato una risorsa, non una minaccia.

Per quanto riguarda le relazioni con gli altri Garanti presenti sul territorio italiano avete avuto modo di avviare iniziative congiunte, dei canali di sinergia?

Sì, abbiamo dei contatti, ci siamo visti in varie occasioni, c’è stato anche un convegno nazionale sulla figura del garante a Milano. Abbiamo buoni rapporti; io in particolare ho un confronto importante con la Garante di Torino e con Franco Corleone di Firenze. La recente nomina del nuovo Garante di Roma è l’occasione per un discorso organico su possibili azioni comuni. Sulla questione dell’indulto ad esempio abbiamo mandato al ministro un comunicato congiunto.

Lei come Garante e come avvocato penalista come giudica il testo dell’indulto recentemente approvato in Parlamento?

Ho combattuto per l’indulto e continuo a pensare che si fosse necessario, la sua applicazione ha infatti ridotto il grave problema del sovraffollamento. Ad esempio dal carcere di Bologna sono uscite 350 persone. C’erano situazioni intollerabili: tre persone in nove metri quadrati, quando il Comitato europeo contro la tortura dice che lo spazio minimo, al di sotto del quale siamo nel campo dei maltrattamenti, è di sette. Il numero dei detenuti è ancora al di sopra del limite previsto dalla legge, ma almeno ci si avvicina. Infatti, in questo periodo alcune cose stanno cambiando, si incomincia a realizzare più attività; la direzione è ora in condizione di far partire progetti, formazione, svago. Certo non bisogna vedere l’indulto come una panacea, anzi ci sono stati degli errori alla base, secondo me si sarebbe stato necessario programmarlo meglio e accompagnarlo con una serie di iniziative legislative ma anche di distribuzione delle risorse.

Il numero eccessivo di detenuti è uno dei maggiori freni allo svolgimento del trattamento di recupero, di riabilitazione che dovrebbe essere elemento fondamentale?

Certo, è un aspetto fondamentale, ma se i numeri sono tali per cui non si riesce ad attivarlo o lo si fa solo in parte, le persone restano in carcere in una situazione che è di mera privazione della libertà personale con la sofferenza aggiuntiva della difficoltà del quotidiano, di non avere lo spazio per muoversi e per vivere in condizioni dignitose.

Alla luce del suo intervento alla Commissione regionale area penale adulti, convocato dall’Assessore regionale alle politiche sociali avvenuto il 25 settembre 2006 può spiegarci più precisamente i problemi che hanno incontrato gli extracomunitari beneficiari dell’indulto?

Gli extracomunitari che escono dal carcere sono costretti a un percorso obbligato, passano per il Centro di Permanenza Temporanea oppure viene dato loro l’ordine di allontanarsi entro 5 giorni. Ovviamente ciò significa che il permanere oltre questo periodo diventa automaticamente reato e di conseguenza le persone si trovano a ricominciare quel percorso di tipo criminale che discende dal fatto di essere irregolare. Mi riferivo anche a questo prima quando dicevo che dei provvedimenti normativi dovevano necessariamente accompagnare l’indulto. Sarebbe stato necessario un intervento sulla Bossi-Fini, invece probabilmente ci troveremo da qui a qualche mese, se non cambia nulla, ad avere di nuovo in carcere una massiccia presenza di extracomunitari.

Secondo lei, per quanto ha avuto modo di vedere nel territorio bolognese e regionale, è sufficiente la sinergia che è stata attuata tra il settore pubblico e quello del privato sociale per consentire agli indultati di essere seguiti nel loro processo di reinserimento?

Secondo me non è stata sufficiente. In parte sicuramente per ragioni oggettive: la distribuzione dei fondi messi a disposizione è stata successiva al provvedimento di indulto. Sono passati già due mesi e le borse lavoro non sono state ancora assegnate. L’aspetto più importante su cui dovremo lavorare è quello del percorso di accompagnamento della persona dal momento in cui si intravede la possibilità di uscita; almeno alcuni mesi prima occorre individuare un modo di programmarne il reinserimento nella società. Questi percorsi guidati a mio avviso non sono ancora sufficientemente messi a punto e questo significa che le persone quando escono si ritrovano nella stessa situazione in cui erano prima.

Anche gli individui soggetti a misure alternative possono riscontrare questo genere di problemi?

Quando finisce la misura alternativa bisogna riuscire a trasformarla. Ad esempio, nel caso in cui la persona ha trovato un lavoro deve essere messa in condizione di mantenerlo o, per quanto riguarda i tossicodipendenti si deve continuare il programma di recupero precedentemente avviato. Quando le persone escono dal carcere, se non sono in qualche modo accompagnate e guidate, se non c’è una presa in carico della situazione dei detenuti, una volta fuori la situazione diventa sicuramente più difficile. La recidiva è quasi sempre legata alla mancanza di reinserimento e questo è un dato su cui bisogna assolutamente intervenire.

A proposito, in un intervento il sottosegretario Manconi afferma che gli individui sottoposti a misure alternative sono meno soggetti a recidiva, perché possono usufruire di tutti i canali istituzionali e di quelli privati.

Certo, le difficoltà sono attenuate anche se non scompaiono. Certamente se non c’è accompagnamento è difficile farcela da soli. Per un migliore intervento andrebbe dettagliato l’organigramma di tutte le possibilità esistenti, per capire quali sono le risorse sul territorio.

Come spesso accade nel nostro paese, l’indice di attenzione alle tematiche del carcere registra forti picchi nei mass media e nell’opinione pubblica in determinati momenti (spesso legati a episodi di cronaca nera che investono il “pianeta carcere”) seguiti da lunghi periodi in cui invece il carcere, la sua popolazione e i problemi che l’affliggono finiscono nel dimenticatoio. Ritiene che, dopo tanto parlare, ora che è stato approvato l’indulto si assisterà a un calo di interesse per simili questioni?

Temo di sì. Anche se ovviamente ci sono alcuni elementi che dovrebbero mantenere alta l’attenzione, per esempio la discussione sul Garante nazionale, l’insediamento della commissione di riforma del codice penale, il progetto di legge Margara per la riforma dell’ordinamento penitenziario. Anche la questione penale dell’immigrazione: il ministro Amato concluderà dopo sei mesi il monitoraggio dell’attuazione della Bossi-Fini e dovrebbe proporre delle modifiche. Spero che tutto ciò possa mantenere desto l’interesse per la situazione del carcere, altrimenti, come è successo con altri indulti, una volta attuato il provvedimento tutto tornerà a tacere. La gente pensa che il carcere si riempirà di nuovo, perchè è la normalità delle cose. Nessuno si aspetta dei grossi mutamenti strutturali nel rapporto con l’istituzione penale. Invece ci sono segnali che potrebbero portare davvero a revisionare il sistema dell’esecuzione penale, almeno in parte.

In questo senso si inserisce il nostro progetto, e in particolare l’agenzia di comunicazione, che tra i suoi obiettivi ha quello di mantenere alta la soglia di attenzione verso il pianeta carcere e i suoi bisogni. È nostra convinzione che un’adeguata politica della comunicazione possa contribuire ad abbattere le distanze che esistono tra il mondo fuori e il mondo dentro. Che opinione si è fatta del nostro progetto, di questa iniziativa che stiamo attuando?

Secondo me è un’iniziativa molto importante. Il carcere a livello di comunicazione è un settore di nicchia, non appartiene al comune sentire, se non quando si verifica un evento negativo. Invece si dovrebbero proporre delle storie positive, o anche storie di assoluta normalità, perché esistono. Girando l’Italia per presentare la figura del Garante ho visto ad esempio delle realtà di cooperazione lavorativa che sono significative anche per l’interazione con il territorio, per l’accettazione, per la sinergia che si è creata. Senza voler minimizzare i dati negativi bisognerebbe sottolineare maggiormente quelli positivi.

Su quei dati negativi i media pongono l’accento, invece si parla poco pratiche di reinserimento che vengono utilizzate in Regioni, Comuni e a livello nazionale, spesso solo gli addetti sono a conoscenza di quello che realmente avviene tutti i giorni all’interno del carcere.

Certo, la comunicazione è importante, per creare le condizioni di accettazione per le persone che escono dal carcere. Infatti spesso il cittadino normale non sa neanche chi sia il detenuto, e quali percorsi ha dovuto affrontare. Nell’immaginario collettivo il carcere è ancora considerato solo una istituzione punitiva: non è accettato che serva alla riabilitazione, come invece è previsto dalla Costituzione.

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Conclusione del Progetto Strade

(18 dicembre 2007)

Mercoledì 19 dicembre lle 11.30 l'Associazione Nuovamente presenta alla stampa gli strumenti prodotti dal progetto STRADE. Nel pomeriggio la presentazione nel carcere di Bologna.

I risultati di Equal Pegaso

(6 dicembre 2007)

Un nuovo spazio del sito dedicato ai risultati conseguiti dal progetto

Pegaso e Iniziative

(3-4-5-6 dicembre 2007)

Il Bilancio Sociale di Equal Pegaso un progetto europeo per l’accesso al lavoro e il reinserimento. Quattro giorni di confronti sui modelli di inclusione.